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	<title>tecla spelgatti </title>
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		<title>QUELLI CHE CREDONO CHE LA DISLESSIA NON ESISTA&#8230;</title>
		<link>https://www.teclaspelgatti.net/2016/03/05/quelli-che-credono-che-la-dislessia-non-esista/</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Mar 2016 09:36:55 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[dislessia]]></category>

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		<description><![CDATA[Un paio di settimane fa uno studente dislessico a cui faccio ripetizioni di matematica e fisica mi ha raccontato che la sua professoressa di psicologia ha affermato, di fronte a tutta la classe, che la dislessia non esiste e che chi dice di essere dislessico in realtà è solo svogliato. Voglio andare oltre l’indignazione del momento, determinata in primis dal fatto di essere io stessa dislessica e discalculica, in seconda battuta dall’assurdità di una simile affermazione (l’equazione dislessico=svogliato non ha alcun fondamento logico poichè i dislessici non sono tutti uguali: esistono dislessici svogliati e dislessici diligenti) e infine dall’inopportunità di … <a class="continue-reading-link" href="https://www.teclaspelgatti.net/2016/03/05/quelli-che-credono-che-la-dislessia-non-esista/"> Continue reading <span class="meta-nav">&#8594; </span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Un paio di settimane fa uno studente dislessico a cui faccio ripetizioni di matematica e fisica mi ha raccontato che la sua professoressa di psicologia ha affermato, di fronte a tutta la classe, che la dislessia non esiste e che chi dice di essere dislessico in realtà è solo svogliato.<br />
Voglio andare oltre l’indignazione del momento, determinata in primis dal fatto di essere io stessa dislessica e discalculica, in seconda battuta dall’assurdità di una simile affermazione (l’equazione dislessico=svogliato non ha alcun fondamento logico poichè i dislessici non sono tutti uguali: esistono dislessici svogliati e dislessici diligenti) e infine dall’inopportunità di una simile dichiarazione da parte di una psicologa. Ovviamente anche un’insegnante ingegnere ha il dovere di prestare attenzione alle sue affermazioni, soprattutto quando ha a che fare con bambini e ragazzi, ma se posso andare oltre la mancanza di tatto in chi ha una formazione logico-astratta, questo mi sconcerta in una persona che ha una formazione umanistica.<br />
La prova che l’affermazione di questa professoressa è falsa è presto fornita: io sono dislessica. Ho grosse difficoltà nel leggere parole nuove (leggo con il metodo globale, il che presuppone di aver già decodificato e aver imparato a memoria la parola) e nel fare i calcoli a mente. Eppure ho una laurea in ingegneria e studio filosofia per passione personale. Basta questo a dimostrare che la dislessia esiste e che non tutti i dislessici sono svogliati.<br />
Tuttavia vorrei analizzare l’affermazione di questa professoressa, dandole credito per cercare di capire che cosa l’ha portata a formulare un simile giudizio. Questo aiuterà me, e spero anche voi, a comprendere da dove nasce questo errore.<br />
Non discuto sul fatto che molti dislessici siano svogliati. E’ innegabile. Io stessa ne ho incontrati molti nelle mie classi. Ma questo è sufficiente per affermare che la dislessia non esiste? A tal proposito vorrei fare alcune considerazioni:<br />
1) La stragrande maggioranza degli studenti è svogliata e il numero degli studenti svogliati è in aumento. Tutto ciò, a mio avviso, ha un motivo storico-sociale: un tempo la scuola media e superiore era riservata a poche persone e chi la frequentava si riteneva un privilegiato; al giorno d’oggi tutti, volenti o nolenti, vanno a scuola e quindi un aumento degli studenti svogliati è fisiologico. Inoltre la scuola fatica a stare al passo coi tempi e propone metodi di apprendimento obsoleti che fanno letteralmente “passare la voglia” agli studenti di oggi, anche a quelli ben intenzionati. Ma questo vale per tutti, non solo per gli studenti dislessici.<br />
2) Gli studenti dislessici hanno, in percentuale, meno voglia di studiare degli altri. Ma questo non significa che la dislessia non esista. Proviamo a fare un esperimento mentale: immaginate di essere un bambino che fatica a leggere, a scrivere e a fare i conti, un bambino che non è in grado di fare un dettato, di tenere il segno, di leggere a voce alta. Immaginate che gli adulti vi dicano che per i prossimi 5-6 anni (ricordate che siete bambini di 6 anni e che per voi 5-6 anni sono un’intera vita) dovrete fare più fatica degli altri e otterrete risultati più bassi. Non vi passerebbe la voglia di studiare? Pensate a quanta autostima, a quanta fiducia nel futuro e nelle vostre possibilità dovreste avere per non cedere allo sconforto, per non scoraggiarvi. E ricordate che siete solo bambini di 6 anni e che non avete un’autostima: l’immagine che avete di voi corrisponde all’immagine che gli adulti hanno di voi. Magari, se molti dislessici hanno meno voglia di studiare degli altri, è proprio perché sono dislessici…<br />
3) Molti genitori, quando scoprono che il figlio è dislessico, ne fanno una tragedia. Solo qualche giorno fa un mio studente mi raccontava che quando sua sorella è stata diagnosticata dislessica, sua madre si è messa a piangere come se avesse un cancro. E anche molti insegnanti ritengono che la dislessia sia una grave sciagura, che impedisca al bambino di imparare come gli altri. Ho sentito raccontare molte storie di dislessici trattati come se fossero disabili mentali, a cui le maestre dicevano di non fare nulla, di non preoccuparsi, di disegnare qualcosa mentre gli altri facevano i calcoli o leggevano. I bambini non sanno valutarsi da soli: hanno bisogno che un adulto dica loro cosa possono o non possono fare, se sono ben preparati o meno, se si sono comportati bene o male. Se gli adulti trattano i bambini dislessici come se fossero scemi, questi finiranno per credere di esserlo e una volta cresciuti faranno esattamente quello che è stato insegnato loro: si gireranno i pollici mentre gli altri lavorano. Ma nuovamente, questo non implica che la dislessia non esista, ma solo che il modo in cui molti adulti trattano i dislessici li fa crescere svogliati.</p>
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		<title>DISPENSARE DALLA LETTURA?</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2016 06:24:53 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[dislessia]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo la legge 170 del 2010 gli studenti dislessici hanno diritto a due tipi di aiuti: quelli compensativi e quelli dispensativi. Gli aiuti compensativi, come dice la parola stessa, hanno la funzione di compensare una particolare difficoltà in modo da mettere l’allievo dislessico in condizione di raggiungere gli stessi obiettivi degli altri. Un esempio di aiuto compensativo è la calcolatrice: con questo strumento i discalculici possono svolgere le stesse prove degli altri, compensando la loro difficoltà nell’esecuzione dei calcoli. Anche il computer è uno strumento compensativo: quando si scrivere un tema al computer la traccia non viene modificata, ma chi … <a class="continue-reading-link" href="https://www.teclaspelgatti.net/2016/01/29/dispensare-dalla-lettura/"> Continue reading <span class="meta-nav">&#8594; </span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo la legge 170 del 2010 gli studenti dislessici hanno diritto a due tipi di aiuti: quelli compensativi e quelli dispensativi.<br />
Gli aiuti compensativi, come dice la parola stessa, hanno la funzione di compensare una particolare difficoltà in modo da mettere l’allievo dislessico in condizione di raggiungere gli stessi obiettivi degli altri. Un esempio di aiuto compensativo è la calcolatrice: con questo strumento i discalculici possono svolgere le stesse prove degli altri, compensando la loro difficoltà nell’esecuzione dei calcoli. Anche il computer è uno strumento compensativo: quando si scrivere un tema al computer la traccia non viene modificata, ma chi è disgrafico può concentrarsi sullo svolgimento, anziché sulla scrittura manuale.<br />
Quando si parla di aiuto dispensativo, s’intende invece che lo studente può non svolgere determinati compiti, ad esempio leggere ad alta voce.<br />
E’ su questo secondo tipo di aiuto che oggi vorrei riflettere, a partire da una considerazione: in passato, quando non si sapeva cosa fosse la dislessia, i bambini dislessici erano costretti a leggere come tutti gli altri. Alcuni di questi bambini, considerati stupidi e maltrattati a causa delle loro difficoltà, hanno finito per odiare la scuola e l’apprendimento; altri, spronati da genitori e maestri pazienti, hanno compensato le proprie difficoltà.<br />
Per un dislessico leggere è faticoso. E’ molto faticoso. Ma se un bambino non legge perché è lento, si stanca e commette errori, continuerà ad essere lento, a stancarsi e a commettere errori.<br />
Non sarebbe meglio far leggere soprattutto i dislessici? Non sarebbe meglio dare loro il tempo di decodificare con calma, non suggerire le parole quando fanno fatica, attendere i loro tempi? Non sarebbe meglio insegnare ai bambini a rispettare la diversità, invece di impedire ai dislessici di leggere ad alta voce per paura che gli altri ridano di loro?<br />
Può sembrare banale, ma per imparare a nuotare bisogna entrare in acqua e nuotare&#8230; senza fare a gara per arrivare primi in fondo alla vasca.</p>
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		<title>DISLESSIA, DISGRAFIA, DISCALCULIA, DISORTOGRAFIA… DISINFORMAZIONE</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2015 17:38:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“La prof. di arte mi ha dato un libro per dislessici.” “Ah, bene! E’ stata gentile…” “Si, ma io non lo voglio usare. Studio su quello normale.” “E perché non vuoi usarlo?” “Perché sono dislessica, non cieca. E nemmeno stupida.” Questa conversazione, avvenuta tra me e una mia allieva dislessica che frequenta le scuole medie, è stata seguita dall’apertura da parte mia di un libro di testo di arte, prestato da una gentile e premurosa insegnante che, sapendo di avere in classe un’allieva dislessica, ha cercato di aiutarla dandole un libro studiato appositamente per dislessici da una delle più famose … <a class="continue-reading-link" href="https://www.teclaspelgatti.net/2015/10/07/dislessia-disgrafia-discalculia-disortografia-disinformazione/"> Continue reading <span class="meta-nav">&#8594; </span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em><span style="color: #ff0000;">“La prof. di arte mi ha dato un libro per dislessici.”</span></em><br />
<em><span style="color: #3366ff;">“Ah, bene! E’ stata gentile…”</span></em><br />
<em><span style="color: #ff0000;">“Si, ma io non lo voglio usare. Studio su quello normale.”</span></em><br />
<em><span style="color: #3366ff;">“E perché non vuoi usarlo?”</span></em><br />
<em><span style="color: #ff0000;">“Perché sono dislessica, non cieca. E nemmeno stupida.”</span></em></p>
<p>Questa conversazione, avvenuta tra me e una mia allieva dislessica che frequenta le scuole medie, è stata seguita dall’apertura da parte mia di un libro di testo di arte, prestato da una gentile e premurosa insegnante che, sapendo di avere in classe un’allieva dislessica, ha cercato di aiutarla dandole un libro studiato appositamente per dislessici da una delle più famose case editrici.<br />
Il libro in questione era scritto in carattere 18, aveva le immagini più distanziate di quelle di un normale libro di testo e aveva dei paragrafi in meno. Mi sono immaginata cosa doveva aver pensato l’autore mentre preparava il libro: di certo che i dislessici ci vedono poco… come gli anziani. Poi deve aver pensato che mettere tante immagini in una pagina può confonderli, anche se i ragazzini DSA trovano le icone delle app sul cellulare prima di noi adulti. E infine che i dislessici devono essere un po’ stupidi e che quindi è opportuno togliere dei paragrafi, così devono studiare meno.<br />
Questo episodio è stato per me uno spunto di riflessione sulla disinformazione che circonda i disturbi specifici di apprendimento e si è connesso al ricordo di una frase infelice pronunciata da un’ex collega: “DSA per che cosa sta? Deficiente Senza Appello?”<br />
Se analizziamo l’acronimo DSA (Disturbo Specifico di Apprendimento) possiamo notare che questa sigla contiene preziose informazioni. La parola più importante, a mio avviso, è l’aggettivo SPECIFICO.<br />
Il Sabatini-Coletti, versione online, riporta:</p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>SPECIFICO</em><br />
<em>agg.</em><br />
<em>1 biol. Peculiare di tutti gli esseri vegetali e animali appartenenti alla stessa specie: carattere s.</em><br />
<em>2 estens. Determinato, particolare: nel caso s.; preciso, circostanziato: accusa s.</em><br />
<em>3 fis. Con riferimento a due grandezze, che è proprio dell&#8217;una in relazione all&#8217;altra: peso s.</em></p>
<p>Quella che interessa a noi è la seconda definizione secondo la quale “specifico” è sinonimo di “determinato”, “circostanziato”. Questo significa che DSA fa riferimento ad un problema che è, appunto, circoscritto ad un preciso ambito e che non intacca minimamente la sfera intellettiva globale del soggetto. Tant’è vero che per poter avere una diagnosi legalmente valida di dislessia è necessario che il Quoziente Intellettivo, misurato a tutti coloro che si sottopongono ai test per la dislessia, non sia inferiore ad 85. Personalmente non amo i test per la misura dell’intelligenza: mi sembra che riducano la mente umana ad una macchina, di cui è possibile misurare le prestazioni. Ma al di là delle mie opinioni personali, resta il fatto che se il disturbo non è specifico, ma riguarda le capacità cognitive globali, non si può parlare di DSA. Dunque essere dislessici non significa essere stupidi.<br />
L’etimologia delle parole dislessia, discalculia, disortografia e disgrafia contiene inoltre preziose informazioni. DIS è un prefisso derivato dal greco e significa “cattivo”, “non buono”, ma non in senso morale (non ha nulla a che vedere con l’essere buoni o cattivi), bensì pratico. DIS-LESSICO è colui che legge male, DIS-CALCULICO è colui che calcola male e così via. Dunque le difficoltà visive non c’entrano nulla con la dislessia, così come non c’entrano nulla le difficoltà legate all’affollamento delle immagini o dei concetti nei libri di testo.<br />
Guarda caso, anche la parola “disinformazione” ha lo stesso prefisso…</p>
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		<item>
		<title>L&#8217;IMPORTANZA DELL&#8217;AUTOSTIMA</title>
		<link>https://www.teclaspelgatti.net/2015/08/27/limportanza-dellautostima/</link>
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		<pubDate>Thu, 27 Aug 2015 09:46:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[tecla]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[dislessia]]></category>

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		<description><![CDATA[La diagnosi di dislessia arriva spesso dopo una lunga serie di difficoltà scolastiche ed è il preludio di un cammino lungo e difficile, il cui esito non è affatto scontato. Molti bambini dislessici, sostenuti dalla famiglia e dalla scuola, fanno del loro meglio, studiano, superano le loro difficoltà e una volta diventati adulti si laureano senza alcun problema. Ma è inutile nascondere la testa sotto la sabbia e far finta che sia così per tutti: altri dislessici vengono abbandonati a se stessi, promossi nella scuola dell’obbligo in virtù del loro certificato nonostante non abbiano imparato nulla e infine bocciati all’università … <a class="continue-reading-link" href="https://www.teclaspelgatti.net/2015/08/27/limportanza-dellautostima/"> Continue reading <span class="meta-nav">&#8594; </span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La diagnosi di dislessia arriva spesso dopo una lunga serie di difficoltà scolastiche ed è il preludio di un cammino lungo e difficile, il cui esito non è affatto scontato.<br />
Molti bambini dislessici, sostenuti dalla famiglia e dalla scuola, fanno del loro meglio, studiano, superano le loro difficoltà e una volta diventati adulti si laureano senza alcun problema.<br />
Ma è inutile nascondere la testa sotto la sabbia e far finta che sia così per tutti: altri dislessici vengono abbandonati a se stessi, promossi nella scuola dell’obbligo in virtù del loro certificato nonostante non abbiano imparato nulla e infine bocciati all’università dove la dislessia non è più un alibi per coprire l’ignoranza.<br />
Cosa fare allora, una volta ottenuta la diagnosi di dislessia, per far si che il proprio figlio non si perda lungo il cammino?<br />
Per rispondere a questa domanda bisogna per prima cosa analizzare i fattori che determinano il successo o il fallimento scolastico.<br />
La maggior parte delle persone è convinta che il successo sia determinato da due fattori: il talento e l’impegno. Questo è certamente vero. Ma stiamo trascurando un altro fattore, a mio avviso molto più determinante degli altri due: l’aspetto psicologico. Tutti noi abbiamo sperimentato personalmente la potenza di questo fattore: quando si è innamorati, angosciati, tristi o si stanno sperimentando forti emozioni studiare diventa difficile. Si fa fatica a concentrarsi, si legge una pagina e una volta arrivati in fondo ci si accorge di non aver capito nulla e si deve ricominciare da capo. Quando si vive uno stato di angoscia è difficile perfino ascoltare gli altri. E questo vale anche per i bambini.<br />
Ma la concentrazione non è l’unico aspetto che si modifica in base al benessere psicologico. Un fattore molto importante è la capacità di tollerare le frustrazioni che al dislessico di certo non mancheranno nei primi anni di scuola. Solo chi non si arrende di fronte al fallimento, chi ci riprova e insiste con costanza una volta dopo l’altra alla fine supera le proprie difficoltà. Ma per far questo bisogna aver fiducia nelle proprie capacità. Il bambino che di fronte al primo fallimento pensa “Ecco, lo sapevo. Non ce la farò mai. Non sono capace” non proverà una seconda volta e se lo farà sarà già convinto di fallire. Invece il bambino che di fronte al primo fallimento pensa “Prima o poi ci riesco. A noi due” alla fine avrà successo. Il successo è figlio dell’autostima.<br />
I bambini piccoli non hanno autostima: non sono in grado di valutare se stessi e quindi hanno bisogno che gli adulti di riferimento, genitori e insegnanti, riflettano come uno specchio le loro qualità positive in modo che essi le possano vedere, ma nello stesso tempo mostrino loro cosa deve essere modificato e cosa deve essere migliorato, senza farli sentire inadeguati.<br />
Un bambino dislessico sa di essere diverso dagli altri, sa di avere delle difficoltà, si sente inadeguato perché capisce di non essere in grado di fare quello che fanno gli altri, spesso crede di essere stupido. Per lui è quindi più difficile sviluppare una sana autostima, ma non è impossibile se le persone che gli stanno vicino lo sostengono.<br />
E’ molto importante dunque che i genitori, impegnati in prima linea in questa battaglia, agiscano nel modo migliore. Un aiuto in tal senso può venire dalla psicoterapia: un terapeuta competente può migliore le capacità educative dei genitori, tanto importanti per il futuro del proprio figlio. Solo un genitore con una sana autostima potrà cresce un figlio, dislessico o no, con una sana autostima.</p>
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		<title>PERCHE’ LA DISLESSIA SEMBRA ESSERE IN AUMENTO?</title>
		<link>https://www.teclaspelgatti.net/2015/08/18/perche-la-dislessia-sembra-essere-in-aumento/</link>
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		<pubDate>Tue, 18 Aug 2015 08:35:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Fino a quindici anni fa in Italia quasi nessuno sapeva cosa fosse la dislessia. Eppure i dislessici esistevano, così come i discalculici, i disgrafici, i disortografici e tutte quelle altre parole che iniziano con dis. Sarebbe infatti irragionevole pensare che la dislessia sia comparsa dal nulla quindici anni fa solo perché ha cominciato ad essere diagnosticata. Quando si è cominciato a parlare di dislessia e ad effettuare le prime diagnosi, il problema è venuto alla luce. E’ quindi naturale che nei primi anni ci sia stato un aumento esponenziale dei casi di dislessia diagnosticata, che non ha nulla a che … <a class="continue-reading-link" href="https://www.teclaspelgatti.net/2015/08/18/perche-la-dislessia-sembra-essere-in-aumento/"> Continue reading <span class="meta-nav">&#8594; </span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Fino a quindici anni fa in Italia quasi nessuno sapeva cosa fosse la dislessia. Eppure i dislessici esistevano, così come i discalculici, i disgrafici, i disortografici e tutte quelle altre parole che iniziano con dis. Sarebbe infatti irragionevole pensare che la dislessia sia comparsa dal nulla quindici anni fa solo perché ha cominciato ad essere diagnosticata.<br />
Quando si è cominciato a parlare di dislessia e ad effettuare le prime diagnosi, il problema è venuto alla luce. E’ quindi naturale che nei primi anni ci sia stato un aumento esponenziale dei casi di dislessia diagnosticata, che non ha nulla a che fare con un aumento reale dei casi.<br />
Dal 2010 lo stato italiano, anche se in ritardo rispetto agli altri stati, ha riconosciuto il problema della dislessia e ha emanato delle leggi per la tutela dei bambini dislessici e per facilitare la loro individuazione nei primi anni delle scuole elementari. La conoscenza capillare del problema avrebbe dovuto arrestare l’aumento del numero di diagnosi da un anno all’altro, ma ciò non è avvenuto.<br />
La spiegazione allora si può forse cercare altrove.<br />
Per noi, adulti del XXI secolo, leggere è quasi scontato. Ma non è sempre stato così. In relazione alla storia dell’uomo, la scrittura a la lettura sono conquiste molto recenti e fino a duecento anni fa l’analfabetismo era così diffuso che non si poteva dare per scontato che una persona qualunque fermata per strada sapesse leggere.<br />
Negli ultimi duemila anni tuttavia, la scrittura e la lettura sono stati il principale mezzo di trasmissione del sapere, anche se si trattava di un sapere limitato a poche persone. Non c’era la radio, non c’era la televisione, non c’era internet e nemmeno c’era la possibilità di stampare grandi manifesti pubblicitari pieni di disegni e di colori. Il sapere insomma era trasmesso tramite un codice in bianco e nero.<br />
Ma tutto questo è cambiato negli ultimi anni. Nel 1997 solo i professionisti possedevano un telefono cellulare. Nel 2002 tutti i ragazzi delle scuole superiori ne avevano uno e comunicavano via SMS; nel 2007 scattavano fotografie con il telefonino. Oggi un bambino a sette anni sa usare il cellulare meglio dei suoi genitori, a dieci utilizza applicazioni di messaggistica tramite rete internet, a dodici fa filmati e crea semplici montaggi, inviandoli poi a decine di amici.<br />
Viviamo in un mondo in cui “però” si scrive “xò”, in cui “ti voglio bene” si dice TVB e un bacio si manda con una faccina, un mondo in cui un messaggio senza emoticon genera subito la domanda “ma sei arrabbiato?”, un mondo in cui invece di scrivere in chat è possibile registrare un messaggio vocale e inviarlo istantaneamente.<br />
L’aver sostituito le lettere con le immagini già di per se comporta una maggiore difficoltà nel decodificare i grafemi rispetto al passato. Ma non è finita qui. I bambini di oggi sono abituati ad avere tutto e subito. Nell’epoca dell’usa e getta tutto è dato senza attesa, confezionato e pronto per essere consumato, esattamente come un’icona che dice tutto e subito, senza bisogno di uno sforzo intellettuale per essere decodificata. Imparare a leggere invece richiede pazienza, costanza, capacità di sopportare le frustrazioni e di perseverare nonostante i fallimenti. Tutte cose che i bambini di oggi sanno fare sempre meno, che siano dislessici o no.<br />
Se le cose non cambiano, in futuro insegnare a leggere ai bambini sarà sempre più difficile…</p>
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		<title>AIUTARE UN BAMBINO DISLESSICO</title>
		<link>https://www.teclaspelgatti.net/2015/08/13/aiutare-un-bambino-dislessico/</link>
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		<pubDate>Thu, 13 Aug 2015 18:54:12 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[dislessia]]></category>

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		<description><![CDATA[La storia di quasi tutti i bambini dislessici inizia durante i primi anni delle scuole elementari quando i genitori si accorgono che il proprio figlio non impara come tutti gli altri. I suoi compagni leggono, scrivono e fanno i primi conti; lui perde il segno, balbetta le sillabe, confonde le lettere dell’alfabeto, scambia la posizione dei numeri, sbaglia semplici somme e fa fatica a studiare. A volte purtroppo questi problemi vengono scambiati per qualcosa di diverso dalla dislessia: distrazione, pigrizia, svogliatezza, scarsa capacità di concentrazione. Così insegnanti e genitori si convincono che sia utile, per il bene del bambino, sgridarlo, … <a class="continue-reading-link" href="https://www.teclaspelgatti.net/2015/08/13/aiutare-un-bambino-dislessico/"> Continue reading <span class="meta-nav">&#8594; </span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La storia di quasi tutti i bambini dislessici inizia durante i primi anni delle scuole elementari quando i genitori si accorgono che il proprio figlio non impara come tutti gli altri. I suoi compagni leggono, scrivono e fanno i primi conti; lui perde il segno, balbetta le sillabe, confonde le lettere dell’alfabeto, scambia la posizione dei numeri, sbaglia semplici somme e fa fatica a studiare.<br />
A volte purtroppo questi problemi vengono scambiati per qualcosa di diverso dalla dislessia: distrazione, pigrizia, svogliatezza, scarsa capacità di concentrazione. Così insegnanti e genitori si convincono che sia utile, per il bene del bambino, sgridarlo, obbligarlo ad impegnarsi di più, minacciare di punirlo se non fa tutti i compiti.<br />
La conseguenza di tutto questo è che il bambino finisce per odiare la scuola e lo studio e quando finalmente viene portato da un logopedista per la diagnosi di dislessia è troppo tardi.<br />
Che fare a questo punto?<br />
Una delle strategie che purtroppo vengono adottate con maggiore frequenza è quella di cercare di rimediare ad un errore con un altro errore di segno opposto. I genitori e gli insegnanti, sentendosi in colpa per aver sgridato il bambino quando non sapevano che fosse dislessico, lo giustificano completamente e gli consentono di non studiare più.<br />
Ma questa strategia è completamente sbagliata: per prima cosa trasmette al bambino l’idea che lui non ce la può fare, che è destinato a fallire e quindi è meglio che non ci provi nemmeno; in seconda battuta fa accumulare al bambino una lacuna dietro l’altra e questo gli renderà molto difficile in futuro raggiungere i gradi più altri dell’istruzione.<br />
Vediamo allora alcun consigli su come affrontare in maniera equilibrata la scoperta che il proprio figlio o un proprio alunno è dislessico.</p>
<ol>
<li><strong><span style="color: #3366ff;">NON TRATTATE UN DISLESSICO COME SE FOSSE STUPIDO</span></strong><br />
Avete mai sentito parlare della “profezia che si auto-avvera”? Negli anni 70 un ricercatore americano propose alle maestre di una scuola elementare di sottoporre i bambini del primo anno ad una serie di test per valutare la loro intelligenza.<br />
Al termine del test i risultati vennero mischiati e riassegnati casualmente. Le ignare maestre si trovarono quindi con dei bambini intelligenti che erano stati presentati loro come poco dotati, e bambini con scarse capacità a cui erano stati assegnati pieni voti.<br />
Alla fine dell’anno scolastico i bambini che erano stati presentati come più intelligenti avevano effettivamente ottenuto risultati più alti degli altri, nonostante le loro capacità non fossero assolutamente superiori.<br />
Trattate un bambino come se fosse stupido ed egli finirà per diventarlo. . .<br />
Trattatelo come se fosse intelligente, e otterrete il massimo da lui.</li>
<li><strong><span style="color: #3366ff;">IL VOTO NON E&#8217; IMPORTANTE</span></strong><br />
Un dislessico spesso ha voti più bassi di quelli che si meriterebbe per il suo impegno, ma per il bambino il voto è privo di valore.<br />
Sono gli adulti che, sbagliando, attribuiscono tanta importanza ai numeri e fanno si che i loro figli si sentano inadeguati per un 6 o per un 7 . . .<br />
Forse un giorno, in una società più illuminata della nostra, nelle scuole elementari i numeri per i voti saranno sostituiti dalle faccine: quella sorridente per chi ha dato il meglio di se, quella triste per chi non si è impegnato. E quel giorno i numeri torneranno ad essere usati per quello che servono: contare le mele, le mamme e i gattini.</li>
<li><strong><span style="color: #3366ff;">SIATE PAZIENTI</span></strong><br />
Molti bambini dislessici sono stati emotivamente maltrattati prima della diagnosi perché si pensava che fossero pigri, svogliati, incapaci di concentrarsi.<br />
Se avete sgridato vostro figlio o un vostro allievo perché non sapevate che fosse dislessico, non sentitevi in colpa: non lo sapevate e non potevate fare diversamente. . .<br />
Adesso però avete la possibilità di rimediare.<br />
Siate pazienti: dopo quello che ha passato, il bambino non avrà voglia di studiare. Non abbiate paura ad ammettere di avere sbagliato in buona fede, spiegategli che lo avete sgridato perchè non sapevate che è dislessico e assicurategli che adesso le cose sono cambiate. Non stancatevi di ripetergli che gli starete vicino e che con il vostro aiuto tutto andrà per il meglio.<br />
E’ probabile che il bambino non vi creda. E’ probabile che rifiuti il vostro aiuto, che non voglia ascoltarvi.<br />
Non perdete mai la pazienza e stategli vicino: possono volerci anni, ma prima o poi capirà che le cose sono cambiate davvero e a quel punto i suoi risultati miglioreranno sensibilmente.</li>
<li><strong><span style="color: #3366ff;">NON FATE I COMPITI AL POSTO DI VOSTRO FIGLIO</span></strong><br />
Seguire un bambino dislessico può essere estenuante, soprattutto nei primi anni di scuola. E’ lento a leggere, non ha voglia di scrivere, probabilmente odia la scuola.<br />
La tentazione di fare i compiti al posto suo è forte, soprattutto se lo avete trattato male prima della diagnosi. Questo può portare un vantaggio nell’immediato, ma alla lunga farete un danno a vostro figlio.<br />
Potete leggere al posto suo, scrivere al posto suo, lasciargli usare una calcolatrice, ma fate in modo che sia lui a dettarvi le risposte, a fare i disegni, a dirvi quali operazioni dovete fare.<br />
Impiegherete più tempo, ma il vostro aiuto farà la differenza.</li>
<li><strong><span style="color: #3366ff;">LA DISLESSIA NON E&#8217; UN ALIBI</span></strong><br />
La dislessia è solo un modo diverso di apprendere, ma chi è dislessico può imparare tutto quello che imparano gli altri.<br />
Se siete bambini dislessici, non siete giustificati a non studiare e a non impegnavi perchè tanto avete delle difficoltà!<br />
Se siete genitori di un bambino dislessico, non siete giustificati a non farlo studiare perchè tanto ha delle difficoltà!<br />
Se siete insegnanti di un alunno dislessico, non siete giustificati a lasciargli fare ciò che vuole perché tanto ha delle difficoltà!<br />
Pretendete che i dislessici facciano del loro meglio.</li>
<li><strong><span style="color: #3366ff;">I DISLESSICI NON SONO TUTTI UGUALI</span></strong><br />
Ogni bambino è diverso dagli altri. C’è chi è bravo in matematica e chi è bravo in italiano, c’è chi disegna bene e chi non sa tenere in mano la matita, c’è chi è intonato e chi no, chi ha molta memoria e chi non ricorda che cosa ha mangiato a pranzo.<br />
Imparate a conoscere i punti di forza e i punti deboli di vostro figlio: aiutatelo a migliorarsi, ma apprezzatelo per quello che è, non per quello che vorreste che fosse.</li>
<li><strong><span style="color: #3366ff;">IL COLORE E I DISEGNI SONO MOLTO IMPORTANTI</span></strong><br />
Quando spiegate a un dislessico o aiutate vostro figlio a studiare, usate i colori. Questo lo aiuterà a concentrarsi sulle parole chiave e renderà lo studio più piacevole.<br />
Mentre leggete o spiegate, fate fare dei disegni stilizzati al bambino per illustrare schematicamente quello che state dicendo: è un modo per prendere appunti senza scrivere. . .</li>
<li><strong><span style="color: #3366ff;">CHIEDETE AIUTO QUANDO SERVE</span></strong><br />
Se non avete tempo perché lavorate o se non vi sentite in grado di aiutare vostro figlio a studiare, assumete un tutor. Non è necessario che sia uno specialista pluri-laureato. Va bene anche uno studente degli ultimi anni delle scuole superiori o dell’università, dotato di pazienza e di buon senso. Bastano un paio d’ore tutti i pomeriggi per avere ottimi risultati.</li>
</ol>
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